28-01-2010
Animazione e attività occupazionali nelle residenze per Anziani: articolo a cura del Prof. Alessandro Meluzzi
Associare l’idea di un’occupazione, o ancor più una terapia occupazionale, a un’età volta tradizionalmente al riposo può sembrare paradossale.
Che ci sta a fare una terapia occupazionale in quella che un tempo si sarebbe definita giustappunto “casa di riposo”?
Ma in questo ossimoro, cioè in una parola che contiene un concetto che la contraddice, sta il segreto di una prospettiva estremamente importante e stimolante della riabilitazione geriatrica e psicogeriatrica.
La terapia occupazionale dell’anziano è innanzitutto riabilitazione e mantenimento di funzioni legate all’autonomia.
Ma anche in qualche cosa che va la di là e oltre il mantenimento delle pure e semplici abilità personali, come quelle dell’igiene, dell’alimentazione o delle cure dinamiche, comunicative e relazionali.
È qualcosa che rimanda a una dimensione di memoria e d’identità che è stata spesso per gli anziani, e in realtà per tutti, una fondamentale fonte di identità.
Gli esseri umani sono anche, e per certi versi soprattutto, ciò che fanno e ciò che hanno fatto.
Nel ricordo e nel mantenimento di alcuni aspetti essenziali di questa dimensione, non solo mnemonica e operazionale, ma anche affettiva ed emotiva, sta una delle chiavi essenziali di questo percorso.
Fare terapia occupazionale con l’anziano vuol dire esaltare e valorizzare le piccole e grandi abilità che hanno fatto parte della sua storia, per esempio per una donna che ha per lungo tempo provveduto all’alimentazione della sua comunità famigliare, consentire di ricordare e realizzare una ricetta significativa per gli ospiti e per gli operatori, ha un senso che va ben al di là della gioia della festa e della condivisione. È valorizzazione di un ricordo, ma anche di un saper fare, fonte di gratificazione e autostima.
Così come consentire a un artigiano di esprimere ancora piccole o grandi applicazioni di un saper pratico, e magari di poterlo trasferire in modo didattico a soggetti più giovani, dà e propone una dimensione di senso oltre che un esercizio di performance capace di esprimersi e auto rinforzarsi.
Questa valorizzazione della creatività attiva è più facile a realizzarsi di quanto non si creda, purché si superi una certa inibizione al rompere ritmi di una giornata che, per questo aspetto come per altri, dovrà essere segnata sempre più dalle necessità implicite ed esplicite degli ospiti, che da una scansione ripetitiva e “ospedaliera” della residenza.
Anche alcune piccole difficoltà, come l’accesso alle strumentazioni necessarie alla realizzazione dei gruppi di lavoro, potranno perfettamente funzionalizzarsi al ritmo di una casa, che oltre che “di riposo” dev’essere “di mantenimento e stimolazione” per quella soggettività colorita di emozioni e ricordi che rappresenta la vera base di ogni accoglienza autenticamente riabilitativa.
In questo processo, la funzione del terapista occupazionale laureato, si affianca a quella di tutti gli altri operatori, in un lavoro di équipe che sarà tanto più umano ed efficace quanto più consentirà uno scambio di esperienze e di conoscenze anche con OSS che hanno spesso origini geografiche e culturali lontane da quelle dell’ospite, e che proprio per questo potranno interagire creativamente in uno scambio anche gioioso e giocoso di conoscenza e di percezioni intellettuali e sensoriali.
Prof. Alessandro Meluzzi
- Gennaio 2010 -